Tracce Maturità 2011 Seconda Prova Latino

Rimane il dubbio sull’immagine spuntata ieri sul web.
Ve la riproponiamo, tratta di una versione di Seneca.

Ed ecco la traduzione:
Tutti i miei sforzi per consolarti devo indirizzarli?
dove nasce con tanta violenza il tuo dolore di madre: “Eccomi, dunque, priva dell’abbraccio del mio carissimo figlio! Non posso godere pi? della sua vista, n? della sua conversazione!
Dov’è colui alla cui presenza il mio volto si rasserenava e nel quale io deponevo tutti i miei affanni? Dove le nostre conversazioni di cui io ero insaziabile?
Dove i suoi studi ai quali partecipavo più volentieri di qualunque donna e più familiarmente di qualunque madre? Dove i nostri incontri? Dove quella sua gaiezza infantile alla vista della madre?”.
(2) A questi pensieri tu aggiungi i luoghi della nostra gioia e dei nostri incontri e, come ? inevitabile, i particolari della recente intimit?, efficacissimi a tormentare l’animo. La sorte, infatti, crudelmente ha macchinato anche questo contro di te: ha voluto che tu partissi tranquilla e senza sospetto alcuno due giorni prima che io fossi colpito dalla condanna.
(3) E’ stato un bene che noi siamo vissuti lontani, un bene che l’assenza di qualche anno ti abbia preparato a questa disgrazia. Tu sei tornata non per godere della presenza di tuo figlio ma per perdere l’abitudine alla sua assenza. Se tu fossi partita molto prima avresti sopportato la sventura con animo più forte, perchè col tempo il rimpianto si sarebbe affievolito;
se tu, invece, non fossi partita avresti avuto certamente quest’ultimo conforto di vedere per altri due giorni tuo figlio;
ora il destino crudele ha, invece, deciso che tu non fossi presente al momento della mia disgrazia e, per un altro verso, che tu non fossi abituata alla mia lontananza.
(4) Ma quanto più dolorose sono queste vicende, tanto più coraggio tu devi avere e con altrettanto vigore devi combattere, come contro un nemico giù noto e altre volte sconfitto. Il tuo sangue non sgorga da un corpo incolume: sei stata colpita sulle stesse cicatrici.

PROVA UFFICIALE
Alla seconda prova dell’esame di Maturità 2011 per il Liceo Classico è stato scelto un brano di Seneca (autore atteso da molti studenti), tratto da Lettere a Lucilio, LXXIV, Par. 10/13.

Ecco il testo in latino della versione:
[10] Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum putet quod honestum est; nam si ullum aliud existimat, primum male de providentia iudicat, quia multa incommoda iustis viris accidunt, et quia quidquid nobis dedit breve est et exiguum si compares mundi totius aevo. [11] Ex hac deploratione nascitur ut ingrati divinorum interpretes simus: querimur quod non semper, quod et pauca nobis et incerta et abitura contingant. Inde est quod nec vivere nec mori volumus: vitae nos odium tenet, timor mortis. Natat omne consilium nec implere nos ulla felicitas potest. Causa autem est quod non pervenimus ad illud bonum immensum et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra quia ultra summum non est locus. [12] Quaeris quare virtus nullo egeat? Praesentibus gaudet, non concupiscit absentia; nihil non illi magnum est quod satis. Ab hoc discede iudicio: non pietas constabit, non fides, multa enim utramque praestare cupienti patienda sunt ex iis quae mala vocantur, multa impendenda ex iis quibus indulgemus tamquam bonis. [13] Perit fortitudo, quae periculum facere debet sui; perit magnanimitas, quae non potest eminere nisi omnia velut minuta contempsit quae pro maximis vulgus optat; perit gratia et relatio gratiae si timemus laborem, si quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus.

E la traduzione:
Se uno vuole essere felice, si convinca che l’unico bene è la virtù; se pensa che ce ne sia qualche altro, prima di tutto giudica male la provvidenza, perché agli uomini onesti capitano molte disgrazie e perché tutti i beni che essa ci ha concesso sono insignificanti e di breve durata, se paragonati all’età dell’universo. Conseguenza di questi lamenti è che non manifestiamo gratitudine per i benefici divini: deploriamo che non ci capitino sempre, che siano scarsi, incerti e caduchi. Ne deriva che non vogliamo vivere, né morire: odiamo la vita, temiamo la morte. Ogni nostro disegno è incerto e non siamo mai pienamente felici. Il motivo? Non siamo arrivati a quel bene immenso e insuperabile dove la nostra volontà necessariamente si arresta: oltre la vetta non c’è niente. Chiedi perché la virtù non provi nessun bisogno? Gode di quello che ha, non desidera quello che le manca; per essa è grande quanto le basta. Abbandona questo criterio e verranno a cadere il sentimento religioso, la lealtà: chi vuole mantenere l’uno e l’altra deve sopportare molti dei cosiddetti mali, rinunciare a molte cose di cui si compiace come se fossero beni. Scompare la forza d’animo, che deve mettere se stessa alla prova; scompare la magnanimità, che non può emergere se non disprezza come cose di poco conto tutti quei beni che la massa desidera e tiene nella massima considerazione; scompaiono la gratitudine e i rapporti di gratitudine, se temiamo la fatica, se pensiamo che ci sia qualcosa di più prezioso della lealtà, se non miriamo al meglio.

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